“Vieni più vicino,/ ti soffierò sul viso/ malinconia amorosa”.

La musicale lirica del poeta Andrea Bassani ci aspirerà l’anima per condurci vicino, “più vicino” alla sua condizione di

“morto vivo/ e vivo in virtù della morte”

nel suo coagulo di dolore sciolto in quel magma rovente – in cui i poeti imparano a nuotare – di un amore interrotto bruscamente da una bellezza umana che, fino a quel momento, aveva esercitato su di lui un potere inesorabile, lasciandolo poi annichilito e affamato, dissolto in una ferita che si apre come un sipario tra queste pagine, da cui sgorga come acqua la materia poetica che in “Lechitiel” è materia vivente. Immolato sul suo piccolo Calvario, il poeta ci mostrerà quel che ne rimane dell’incendio di un uomo che non fugge davanti al dolore di un addio, ma si inchioda alla negazione: non più desiderare, non più muoversi, “fermo al semaforo rosso” della vita,

“in un limbo atemporale/ dove non esiste la morte/ e non esiste la vita”.

È cammino di dolore quello percorso dall’anima del poeta. Continua ad amare questa donna (incarnazione dell’ideale di bellezza per Andrea Bassani) assente e impassibile “nel nome di ciò che è puro”, ma a distanza, rendendo il suo amore un nido trascendente atemporale che visita con il ricordo. Ama un’assenza senza desiderarla perché il desiderio è ciò che potrebbe farlo soccombere nuovamente e, nel dialogo con l’assenza, ama ciò che lei ha rappresentato, ciò che lei non potrà più essere ed ama ciò che lui è stato con lei, l’amore vergine che ha provato. Il poeta reitera il ricordo di questa donna che da angelo si è poi tramutato in bestemmia per il gelo emotivo dimostrato; un “radioso suicidio” che lo aveva condotto nell’inferno della disperazione e dell’alcolismo, fino all’idea di procurarsi la morte. A partire dal riconoscimento del vuoto con cui quell’amore disperante lo aveva riempito di abissi, è proprio nel momento della richiesta inconsapevole di aiuto che interviene Dio a salvarlo, attraverso il dono della consolazione che il poeta percepisce come una presenza:

“E percepire lì accanto/ Lechitiel del Getsemani/ distrarti dall’idea/ di procurarti la morte da solo./ Capita di aver intravisto ali e udito voce dire:/ «dammi il tuo dolore,/ perché Dio me l’ha chiesto»”.

Lechitiel (da cui prende il nome il poema) è l’angelo della consolazione che distoglie dal desiderio del suicidio e che sostenne Gesù del Getsemani nell’ora della prova. Da qui, sul liminale, tra il momento in cui tutto è finito e quello in cui, invece, tutto comincia, non di nuovo ma “nuovo”, si registra il passaggio da un dialogo con un amore umano assente ad un dialogo con un amore non umano presente e la scelta di una “via di solitudine e preghiera”. In questa lotta costante tra spirito e materia, in cui si incontrano due forze uguali e contrarie – la forza della spinta del desiderio, figlio della bellezza, che il poeta combatte e la forza salvifica della carezza della consolazione a cui, invece, obbedisce, morendo a se stesso – il linguaggio poetico di Andrea Bassani è ferita che risponde al comandamento dell’Amore che grida “Alzati!”, ripetuto per ben undici volte nel Cantico della Bellezza. È poesia che è preghiera, è la preghiera degli ultimi e, per questo, è la preghiera universale dell’uomo,

“una mensa diversa/ dove il pane sia pane/ e non quelle parole vomitate, ringollate/ un milione di volte/ per non morire di fame”.

Gabriella Grande©

http://www.sololibri.net/Lechitiel-Andrea-Bassani.html

 

 

 

 

 

 

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