Addio – Dio – io:

per Bassani poeta

Analisi saggistica del poema Lechitiel (Terra d’ulivi edizioni)

Ad una prima lettura, anche per chi non ha la deformazione di leggere le opere con sguardo linguistico, si nota come le occorrenze dei lemmi legati al campo semantico della cristianità, e più ampiamente della religiosità, prorompano prepotentemente nel discorso poetico di Bassani: insomma, già il titolo del libro in analisi, Lechitiel, nome dell’angelo che s’aggira nel giardino del Getsemani, non può che preludere ad un avvio religioso, che si ripercuoterà, come vedremo, all’interno di questa raccolta.

Entrando subito in medias res, definirei il merito di Bassani: quello di aver rinnovato la poesia elegiaca.

Non più, dunque, un lamentevole e talvolta autocommiserato canto, che tanta di quella novecentesca ha visto prodursi e riprodursi a fiumi. Ma più verosimilmente, un io poetico, o se vogliamo chiamarlo secondo i canoni di Ricoeur, un idem che attesta la sua sofferenza, la sua straziante e straziata pena dell’esistenza, appigliandosi al pensiero che esista un’entità maggiore del singolo individuo, in cui riporre fedelmente il proprio sé, noncuranti di mille altri pensieri, di mille altre ragioni: insomma, in soldoni, il Bassani poeta ha bisogno di un surplus in grado di prendere le sue difese, di proteggerlo da quella non-vita terrena, ma allo stesso tempo anche in grado di allietargliela. Per dirla con due suoi versi, «che qualcuno provvede/ prima che sia finita» (LXXIV). Il processo di trasumanazione dantesca si estende, in tutto il libro, su di un filo politematico che ha il suo centro in Dio, unico motore primo immobile, di cui Bassani, però, non ne asserisce la certezza e la verità esistenziale, ma semplicemente lo cerca, lo invoca, lo auspica come appiglio. Non è un caso che abbia scelto la triade addio-Dio-io per indagare più a fondo una delle possibili combinazioni poetiche bassaniane, ma, a mio avviso, la più importante, proprio perché simbolo estremamente vitale della sua originalità scrittoria.

In principio fu l’Addio. Nel variegato multi-universo che questa parola suscita, cercheremo di focalizzare l’attenzione su almeno due aspetti bassaniani che intorno ad essa gravitano: l’addio inteso come promessa di un più non-incontro, e l’addio come premessa di un reiterato avvicinamento. È strano come nella stessa parola si concentrino gli altri due cardini fondamentali del laboratorio tematico e stilistico di Bassani: Dio e l’io. Ma ritornando all’addio come forma di emarginazione sociale, come un discostarsi dal mondo dentro il mondo, il nostro poeta non esita a riferirlo in relazione alle sue esperienze amorose, in particolare ad una di queste, che biograficamente e poeticamente lo hanno segnato. L’addio, dunque, come causa di dolore e di sofferenza, conseguenza di uno strappo lacerante, di una separazione straziante da un tu, in tal caso da una lei, una presenza-assenza di memoria blanchotiana che appare e scompare ripetutamente, reiterando il suo esserci stata, la sua consapevolezza di essere stata amata. Una persona, una donna umana in tutte le sue fattezze reali, che a poco a poco trasmuta in immagine fittizia, in icona idolatrica di cui Bassani stenta a liberarsi: un tormento, dunque, un canto al e del supplizio che sembrerebbe non avere mai fine. Così magistralmente ci dice: «È chi non m’ama/ che amo all’eccesso./ E più non m’ama,/ più l’amo.» (XXV)

Quattro versi di sillogistica semplicità che testimoniano quanto detto poco sopra: le quattro occorrenze del lemma amare declinato sottolineano questo bisogno bassaniano di ricevere ed allo stesso tempo di dare amore: «Amo soltanto la parola amore» (XVLII). La coppia donna-poeta è talmente disequilibrata, non c’è una corrispondenza tra i due elementi, se non dal solo lato unico maschile, intestardito e testardo, desideroso di trionfare. Ma a questa altezza, o meglio, constatazione, Bassani abbandona il regno umano: decisiva è la separazione da questa donna dai connotati mostruosi, proprio perché impossibilitata, per leggero sadismo, a non ricambiare il puro amore del suo amante. Ma forse Andrea ha ragione: il precetto cristiano dell’amore per il prossimo stenta a radicalizzarsi nel nostro mondo, fangosamente spinto verso la terrestrità più cruda, più nuda, più soggetta al piacere dei sensi che al piacere delle anime. Come sarebbe bello innamorarsi solo delle anime e non dei corpi! Ma dove fuggire allora? Dove corrispondere amore ed essere corrisposti, indistintamente? La riposta si trova all’interno dell’addio: a Dio. Se scartiamo il processo di raddoppiamento fonosintattico – mi si scusi la formazione di linguista – per cui davanti preposizione semplice a segue il raddoppiamento, per assimilazione, della consonante colla quale la parola seguente inizia, nel nostro caso D, si evince come l’addio rivolto dal Bassani alla fiera donna, si traduca istantaneamente in un avvicinamento a Dio: ed è ora che Andrea si sente libero di amare incondizionatamente e di esserlo altrettanto. Insomma, il patto uomo-donna viene meno, il do ut des è solo una non rimpianta regola che veicola i rapporti umani, almeno nella maggioranza dei casi. Con Dio ci sentiamo più liberi, meno impacciati. Se Petrarca, poeta del dissidio, auspicava alla progettazione ed assemblaggio di una ricomposizione parziale dei frammenti della propria anima, quell’anima così lacerata e perentoriamente divisa da due amori contrastanti, ovvero Dio e Laura, Bassani non esita a fare una decisa virata, una sofferta sterzata dal piano umano a quello divino. Sofferta perché il percorso intrapreso implica sofferenza, implica, cioè, sgombrare il suo cuore dalla presenza dell’altra: ma il risultato ultimo e la tappa finale saranno di gran lunga più esaustivi, proprio perché incorporei. Il processo, però, sembra porre Bassani ancora in una fase di stallo, di galleggiamento propedeutico: «Potessi evitare/ una volte per tutte/ la tua immagine divina.» (XXVI); dove il possessivo aggettivale tua è ancora in riserbo alla donna, l’immagine è già contemporaneamente umana e divina, e divina è allusivo alla neo-presenza di Dio. Ergo, una perfetta transizione causo-consequenziale. Il cerchio è lungi dal chiudersi.

In secondo, fu Dio. La sopra descritta fenomenologia di transizione, che viene allestita in più punti interni a Lechitiel, causa un apparente disconoscimento del mondo reale – dico apparente, in quanto Bassani è uomo ben fisicamente strutturato, ed in quanto uomo è calato nella dimensione mondo spazio-temporale – : perché ormai il suo scopo, svelato dopo anni di tormento e di finale delucidazione, è rivolto all’amare Dio. Ma chi, o che cosa, è Dio per Bassani? Quale la sua forza? «Pensarti è dissolvermi:/ è farmi cosa leggera/ per venirti ad amare/ nel regno degli invisibili.» (X). Non penso ci sia alcun dubbio sull’interpretazione di questa breve poesia, ricalcata sui canoni stilistici e metrici della brevitas propria dell’haiku; quel ti enclitico, per me senza se e senza ma, è Dio, che tenuamente fa la sua comparsa all’inizio di Lechitiel: siamo ancora alla decima lirica. Quel ti che non si contrappone affatto al mi, anch’esso enclitico: è chiaro, perché esplicitamente detto dal nostro poeta, che il singolo, cioè lo stesso Bassani, si chiama al dissolvimento, al farsi entità aerea, dunque incorporea, dove l’unico peso possibile sia quello della tara dell’anima. Quindi, in linea col principio della creazione, ora applicato in senso inverso, Bassani si dis-crea, si annulla per ritornare, placido e pieno di amore, dentro Dio: Bassani si fa angelo, si fa pari di Lechitiel. Così chiosa meravigliosamente Andrea: «L’anima liberata sarà dunque imprescindibile/, indifferente al passato come al futuro: sarà un eterno presente/ un vuoto pieno e assoluto.» (XXXV). La dittologia ossimorica vuoto-pieno fa proprio rifermento a quanto ho detto poco prima: al vuoto del corpo, smaterializzato, si oppone e ne consegue il pieno di un’entità amata, assoluta, cioè etimologicamente sciolta da quel corpo. Insomma, il discorso si fa complesso: dalla filosofica sensibilità umana alla metafisica traslitterazione umana nella sfera divina. È questa la mia risposta al premio che Bassani chiede di avere nella poesia (XXXVII): «Mi attendo un premio da Dio/ che sia di più d’una medaglia al valore,/ quando oramai fatto spirito/ sarò all’inferno o altrove». Poesia che continua, in una sorta di codificazione di auto-comandamenti, così strutturati nella successione di negazione seguita da verbo (non uccidere, non rubare, non commettere…) che sostanzialmente ribadiscono la fedeltà del nostro poeta al Signore. Così Bassani: «che non ho amato per non allontanarmi da Dio,/ che non ho oltraggiato per offendere Dio,/ che mi sono negato per non perdere Dio.» (sempre XXXVII).

Dunque ancora la divinità come regista, l’uomo come attore, e da Lui dipendente: «quando il finale è stabilito/ i registi lo sanno prima degli attori.» (LXVII). Il cerchio comincia a chiudersi.

In terzo fu l’io. I processi sopra descritti, spero, convincentemente bene, non hanno ragion d’essere senza la pretenziosità di un io lirico. Il caro Gadda, che per qualche tempo ha imperversato nelle mie vicende di linguista, ha definito efficacemente l’io come «pronome collo-ritto»[1]: ma questo non è il caso di Bassani. Seppur ancora un io al collo all’insù, esso è proteso verso Dio, liberandosi così da ogni funzione                auto‑celebrativa ed auto-encomiastica che lo sdegnoso Carlo Emilio denunciava appassionatamente nel suo saggio. Bassani, dopo aver rivolto orizzontalmente la sua persona ed il suo sguardo ad una sua pari, cioè ad una figura umana e donna, da questa respinto, muta prospettiva e veduta, ora alzandolo verticalmente verso Dio, nuova entità d’amare, immagine non più dimenticabile e confondibile. Ma tutto ciò è dispiegato, dipanato da un preciso filo conduttore che si fa strumento: la poesia. E che cosa, se non la poesia, si qualifica come mezzo prettamente umano, legato alla percezione di un singolo tra i singoli, e dunque, di un io tra tanti io? Bassani non è tanto umano in quanto uomo di carne e di passioni, ma in quanto poeta. In questa ottica, è programmatico il testo XLIII di cui riporto la prima strofa terzina: «In parole povere,/ te lo dirò in parole povere:/ resta la poesia.» Sola attività terrestre, in grado, però, di mettersi in raccordo col divino e da esso dipendere: «Mio Dio! Ma cosa devo fare io?» (da Cantico Della Bellezza, in Lechitiel, p.102). Non più un poeta dannunzianamente e dannatamente Vate, ma apostolo, fino al gradino più alto di santo, in grado cioè di tradurre un amore senza ricambio, senza prezzo, generoso: sono poeti  allora coloro che, in metafora, «Cercano una mensa diversa,/ dove il pane sia pane/ e non quelle parole/ vomitate, ringollate/ un milione di volte/ per non morire di fame.» (XVIII). Bassani d’accordo con Gadda: la poesia non deve costruire un io, ma ricostruirlo; la poesia non deve idealizzare macchinosamente fatti, ma raccontare semplicemente momenti. Il poeta è colui che si attiene alla verità biografica, dunque colui che registra il proprio cammino, e nel caso specifico di Andrea, il cammino da un amore terreno ad un amore divino, senza alcuna presuntuosità lirica, elegiaca, stucchevolmente artificiosa. A riprova di quanto detto, si leggano gli ultimi tre versi della lirica XXVII, ancora riferiti in risposta all’amore non corrisposto della donna: «di quell’amore esistito realmente/ in cui io ero, io c’ero,/ io amavo.». Mi par assai chiaro che il poeta non si diverte a raccontar fandonie: il sintagma esistito realmente appare così esplicito che non necessita di spiegazioni. Siamo però al tramonto dell’amore umano: amavo è al tempo imperfetto, cioè compiuto. Non più realizzabile. Dunque ancora la poesia che si serve dell’io come testimonianza veritiera ed autobiografica, come pedaggio da pagare in virtù di una vivisezione interiore, che faccia riaffiorare ogni ricordo rintanato in una memoria così fitta e densa. Bassani riaffiora dal suo io. E finalmente, il cerchio si è chiuso.


[1] In  Emilio e Narcisso (1949), in Gadda [1958], I viaggi la morte, Milano, Garzanti, p. 265.

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